RUGBY E LETTERATURA

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Venerdì 22 febbraio si celebra a Rieti un momento importante per la storia dello Sport e della sua Cultura: l’epica del rugby.
Torna sul campo del Fassini, un passaggio è stato celebrato già nel 1996 con Italia – Scozia, il grande rugby, quello del torneo sportivo più spettacolare al mondo: il 6 Nazioni – meglio conosciuto oltralpe come Six Nations.

Tante sono state le manifestazioni in apertura a questa giornata, non ultimi gli arrivi delle squadre salutate festosamente da tutti noi cittadini, la lettura corale al teatro Flavio Vespasiano di Mar del Plata, la storia vera della squadra di rugby decimata dal regime di Videla, in Argentina, scritto da Claudio Fava, gli allenamenti nel martoriato territorio di Amatrice.

Il rugby è uno sport epico, dicevamo.
Epiche le battaglie sul campo, epiche le maglie degli ALL BLACKS.
Epici i terzi tempi, la passione, la lealtà, la fierezza, l’estro e la disciplina dei giocatori che condividono i valori e lo spirito del più nobile degli sport di squadra: il sostegno e la partecipazione.

Il rugby è un gioco per gentiluomini di tutte le classi sociali ma non lo è per un cattivo sportivo, a qualsiasi classe sociale appartenga.” cit. W.J. Carep, vescovo inglese che stabilì con questa frase il codice morale dei Barbarians.

Il rugby infatti è uno sport di nobili origini, nel quale il rispetto delle regole e degli avversari è considerato un valore fondamentale ed ha quindi, per sua natura, una forte valenza educativa.
Oltre agli aspetti legati alla socializzazione, praticare questo sport offre l’opportunità di confrontarsi con la propria e altrui aggressività in un contesto di gioco.
Il rugby è uno sport di contatto e di situazione: di contatto, perché il confronto fisico tra i giocatori è una costante del gioco; di situazione, perché nella sua evoluzione sta diventando sempre più importante la capacità di comprendere il contesto momentaneo in cui ogni fase della partita si sviluppa concretamente.
Il rugby favorisce l’aggregazione dei partecipanti al gioco, sia attraverso il confronto sul campo, nel rispetto delle regole, sia nel dopo partita. Il terzo tempo è una delle tradizioni più significative del rugby. Inizia con il fischio dell’arbitro che conclude la partita; da quel momento le due squadre avversarie mettono da parte rivalità, spirito agonistico e dopo il campo la partita finisce al pub. In queste occasioni si crea un forte legame tra i giocatori di squadre avversarie che culmina spesso in amicizie sincere e durature.
Il terzo tempo racchiude in se stesso il vero spirito del rugby.

Ma se non vi siete ancora convinti a seguire questo sport, eccovi qualche spunto letterario, tanti infatti sono gli autori che hanno celebrato e celebrano ancora l’epica del rugby:
Samuel Beckett, drammaturgo, scrittore, poeta, traduttore e sceneggiatore irlandese, giocò a rugby.
La più famosa delle icone della cultura rugbystica, la Haka maori degli All Blacks, la più nota e quasi sempre più forte squadra di rugby del mondo, è diventata un pezzo di uno dei libri più controversi dell’intera storia della letteratura mondiale: Finnegan’s Wake, di James Joyce: la storia stessa del motivo per cui una danza di guerra del Pacifico sia finita nel capolavoro di Joyce meriterebbe di essere raccontata a sé, ma tanto per darne un assaggio: è il due gennaio 1925 quando gli All Blacks sono a Parigi per una partita amichevole (ma nel rugby le partite amichevoli non esistono, così si chiamano test match), una delle trentadue partite giocate tra Francia, Regno Unito, Irlanda e Canada dalla squadra passata alla storia come The Invincibles: a giusta ragione, visto che di quelle trentadue partite non ne persero neanche una… A Parigi c’è anche Joyce. La partita si gioca allo stadio di Colombes. Non sapremo mai se a Joyce quella partita, un sonoro 37–8 per i Tuttineri, piacque. Non sapremo mai per chi avesse fatto il tifo in quella occasione. Ma a Joyce piacque di sicuro la haka, la danza con cui gli All Blacks intimoriscono l’avversario prima della partita. Joyce voleva saperne di più, della haka. E non c’era Google, per saperne di più. Joyce, però, fu fortunato: sua sorella Margaret Alice, Poppy, come la chiamavano in famiglia, nel frattempo era diventata suora e alla fine del 1909, come sorella Mary Gertrude, era partita proprio per La Nuova Zelanda (vi morirà poi, ottantenne, nel 1964, sopravvivendo al fratello per ventitré anni). Così Joyce, in una lettera, chiese a suor Mary informazioni proprio sulla haka: sul suo significato e sulla sua musica (forse saprete già che Joyce era anche musicista). Era grazie anche alla risposta di suor Mary che la haka finiva così per far parte di Finnegan’s Wake.

Segnare una meta richiede una serie di azioni che in qualunque altro contesto procurerebbe ai protagonisti una condanna a quindici anni di galera.” parola di P. G. Wodehouse, autore e maestro riconosciuto della lingua e dell’umorismo inglese.

Facciamo un lungo passo nel tempo e nello spazio, e dagli All Blacks di Joyce arriviamo all’omaggio Joyceano al rugby di Alessandro Baricco:
Rugby, gioco da psiche cubista — deliberatamente si scelsero un pallone ovale, cioè imprevedibile (rimbalza sull’erba come una frase di Joyce sulla sintassi) per immettere il caos nell’altrimenti geometrico scontro di due bande affamate di terreno — gioco elementare perché è primordiale lotta per portare avanti i confini, lo steccato, l’ orlo della tua ambizione — guerra, dunque, in qualche modo, come qualsiasi sport, ma lì quasi letterale, con lo scontro fisico cercato, desiderato, programmato — guerra paradossale perché legata a una regola astuta che vuole le squadre avanzare sotto la clausola di far volare il pallone solo all’indietro, movimento e contromovimento, avanti e indietro, solo certi pesci, e nella fantasia, si muovono così. Una partita a scacchi giocata in velocità, dicono. Nata più di un secolo fa dalla follia estemporanea di un giocatore di calcio: prese la palla in mano, esasperato da quel titic titoc di piedi, e si fece tutto il campo correndo come un ossesso. Quando arrivò dall’altra parte del campo, posò la palla a terra: e intorno fu un’apoteosi, pubblico e colleghi, tutti a gridare, come colti da improvvisa illuminazione. Avevano inventato il rugby. Qualsiasi partita di rugby è una partita di calcio che va fuori di testa. Con ordinata, e feroce, follia” .

E, sempre per rimanere in tema contemporaneo e italiano, Marco Paolini ha dedicato belle pagine — teatrali, in questo caso — al Rugby, con APRILE ’74 E 5 — tra un campo di rugby e la piazza. È in questo spettacolo teatrale che dà del rugby una gran bella interpretazione: “Il rugby sta al calcio come la Prima sta alla Seconda Guerra mondiale” .

Ce ne sarebbero tante altre di storie di rugby da raccontare. Solo per citarne alcune, L’arte del rugby di Spiro Zavos: “Una palla ovale contesa in un gioco di urti e linee spezzate, imprevedibile come un dio capriccioso”, continuando poi con Rugbyland, un viaggio nell’Italia del rugby di Andrea Ragona e Gabriele Gamberini; Ama il tuo nemico di John Carlin – la storica finale di coppa del mondo del 1995 SudAfrica vs All Blacks fortemente voluta da Nelson Mandela: il successo della nazionale diventerà simbolo del riavvicinamento della popolazione nera alla popolazione bianca e dell’avviarsi del processo di integrazione; Rugby Love di Marco Turchetto, il racconto della Coppa del Mondo in Francia; Elogio del Rugby di Marco Tilesi – cit. “su un campo da rugby splende sempre il sole”, ci troverete anche la splendida “A un vincitore nel gioco del pallone tratta dai “Canti” di G.Leopardi, Il lato buffo del rugby di Richard Benson, nelle cui pagine troverete citazioni irriverenti di Oscar Wilde, Elizabeth Taylor, Peter Cook, Richard Burton; Il libro della gloria di Lloyd Jones, l’epica avventura di ventisette ragazzi timidi e coraggiosi che nel 1905 navigano alla volta dell’Inghilterra consegnandosi alla storia come gli All Blacks.

E allora non ci resta altro da fare: forza, tutti allo stadio centro d’Italia Manlio Scopigno! MAI PAURA!!

Solea Arte e Cultura di Roberta Giovannetti
www.soleaitalia.com
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