L’ORGANIZZAZIONE DELLA FABBRICA DELLA MORTE

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L’ingresso di Auschwitz è contraddistinto dalla scritta “Arbeit macth frei“, ossia “il lavoro rende liberi“.

Nel 1940 iniziano ad arrivare qui i primi deportati: una volta giunti a destinazione venivano “accolti” e “selezionati” dal personale medico delle SS.

La prima selezione consisteva nel dichiarare un 25% delle persone abili al lavoro ed il rimanente 75% condannato a morte: tra i condannati vi erano donne, bambini ed anziani.

Le persone condannate a morte trovavano poi “i corvi neri” nelle camere a gas: erano i sonderkommandos, ossia delle unità speciali di ebrei il cui compito era quello di collaborare con le SS.

Le persone che venivano definite abili al lavoro venivano spogliate dei loro vestiti, rasati e rivestiti con una casacca, un paio di pantaloni e degli zoccoli.

Il braccio sinistro diventava la loro identità, con numero tatuato e la loro uniforme era contrassegnata da triangoli di diverso colore per identificare le diverse categorie di detenuti, ossia ebrei, Sinti, Rom, testimoni di Geova, asociali, omosessuali, criminali e prigionieri politici.

Da quel momento in poi non vivevano, ma sopravvivevano e lavoravano per diverse ditte tedesche, nelle cave, nell’agricoltura o ancora per industrie collegate al settore bellico.

La giornata lavorativa iniziava alle 4.30 d’estate ed alle 5.30 d’inverno: in mezz’ora dovevano lavarsi e sistemare la cuccetta…. E piegare alla perfezione la coperta.

Il lavoro era durissimo e svolto in condizioni pietose; la scarsa nutrizione e la pesantezza dell’attività lavorativa causavano una morte lenta e sofferta.

Il comandante di Auschwitz, nominato il 30 aprile del 1940, era Rudolf Hoss.

Al termine della guerra non fu riconosciuto in quanto si travestì da marinaio; fu arrestato nel 1946 dagli inglesi: dopo tre giorni durante i quali fu tenuto sveglio a forza e picchiato, firmò una confessione di otto pagine.

Nell’aprile del 1947 fu impiccato ad Auschwitz, il luogo dei suoi crimini, e corse il rischio di essere linciato.

Avevamo deciso di trovarci, noi italiani, ogni domenica sera in un angolo del Lager; ma abbiamo subito smesso, perché era troppo triste contarci, e trovarci ogni volta più pochi, e più deformi, e più squallidi. Ed era così faticoso fare quei pochi passi: e poi, a ritrovarsi, accadeva di ricordare e di pensare, ed era meglio non farlo” (“Se questo è un uomo” di Primo Levi)

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