LA SOFFERENZA DI CHI RESTA

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Questo che Iopessimista sta per farvi leggere non è un articolo di tipo informativo, ma una vera e propria testimonianza di chi ha vissuto, in ruolo secondario, una malattia che oggi purtroppo colpisce innumerevoli persone e le loro famiglie.

La patologia in questione è il cancro. . . una parola che al solo pronunciarla fa rabbrividire, ci rende inermi e soprattutto che in un istante fa associare la nostra mente alla morte.

Fortunatamente in ambito scientifico abbiamo avuto importanti scoperte che hanno permesso di poter trattare, gestire, curare e addirittura guarire tale affezione, ma la strada è ancora lunga da percorrere e purtroppo troppe persone non sopravvivono ad essa.

Ci crediamo invincibili, in grado di poter superare ed affrontare ogni avversità e mostriamo compassione e sensibilità per chi, tra le nostre conoscenze, si trova di fronte ad una problematica di questa entità, convinti che è al di fuori di noi e che non ci possa minacciare minimamente.

Poi un giorno all’improvviso cominci a percepire segnali dal tuo corpo che non sono poi così soliti, sintomi e segni che non riconosci ma che per negazione e paura, vuoi convincerti che non sia nulla di grave, che passerà.

Aspetti, rimandi fino a quando quel mal di testa non si risolve con una semplice compressa, quel rigonfiamento sul seno comincia ad ingrandirsi, quella mancanza di appetito e stanchezza diventano i tuoi accompagnatori quotidiani.

Decidi di fare tutti i controlli e man mano che vai avanti senti sempre più forte la paura di perdere tutto soprattutto perché cominci a percepire di non essere gradualmente più padrone del tuo corpo e, alla fine arriva il momento della verità: una diagnosi pronunciata a denti stretti con tono sommesso, accompagnata da una prognosi che mai e poi mai avresti pensato di poter udire.

Una prognosi che in determinati casi equivale ad un breve periodo da poter vivere coi propri cari prima di poter lasciare la vita terrena.

In un istante vedi scorrere la tua esistenza a rallentatore i momenti belli e brutti, i rimorsi, i rimpianti, il dolore e la sofferenza che ti logorano l’anima al solo pensiero di avere una vita in scadenza, nella quale poter e dover concentrare una qualità di tempo da dedicare a chi hai accanto in modo da poter lasciare ricordi indelebili.

Le notti insonni, l’angoscia nell’affrontare l’ennesima chemioterapia che prova a fermare il decorso di questa malattia orribile, dove anche poter semplicemente bere un bicchiere d’acqua, diviene una sfida quasi impossibile.

Provi a negare l’evidenza, ti domandi:”perché proprio io?”, mentre ascolti nell’altra stanza i singhiozzi dei tuoi figli ed il pianto di chi ti ama da sempre, ti senti impotente, te la prendi con Dio e vorresti fermare il tempo, che per qualche strano motivo sembra scorrere più velocemente.

Arriva il momento in cui non sei più in grado di essere indipendente e, nella peggiore delle ipotesi, sono proprio i tuoi familiari che si trovano costretti a portarti in un Hospice dove si cerca di gestire l’intensità del dolore.

Quel dolore che non riesci più a tollerare soprattutto a livello psicologico ed emotivo, poiché ormai non è più un problema che riguarda te personalmente, ma particolarmente chi ami. . . ti uccide ogni giorno vedere nei loro occhi vuoti la paura del dirsi addio, mentre ti senti piano piano scivolare via dalla tua vita.

Ci sono uomini e donne nell’hospice, a volte più uomini e a volte più donne.

Ci sono sguardi assenti, nomi di parenti stanchi, sfiniti, impreparati, agitati con un caffè diventato freddo in un bicchiere di carta ed un sacchetto di plastica in mano.

Qualcosa che possa servire o che possa, all’apparenza, sembrare utile nell’attesa di nessuno.

Nessuno vuole, o può, o riesce a pronunciare quella parola: morire.

Occhiaie, mani rugose, corse a casa con la paura di una telefonata all’improvviso e anche il desiderio della stessa che liberi da quell’onere impensabile.

Corridoi di ospedali che si localizzano in un tempo, in uno spazio in realtà circoscritto ma che sembra infinito ed asettico, forse per il colore, per quel bianco insistente, inesauribile, ossessivo, forse per quel bianco scrostato di pareti e di sgabuzzini, di ambulatori e di bagni.

Si accavallano storie e facce di uomini e donne di cui si possono cogliere segnali di aiuto, reazioni di rabbia intollerabile e la speranza che avvenga un miracolo, per poter riavere qualcosa che un tempo era integro e vivo: un corpo, una mente, un pensiero.

È proprio questo ciò che abbiamo vissuto mia madre, come protagonista ed io accanto a lei . . . È con questo articolo pubblicato nel giorno in cui ricorre il suo settimo anniversario di morte, che vorrei far riflettere chi si mette in mostra su qualsiasi palcoscenico di fortuna, senza curarsi minimamente di tutte le sfaccettature che la vita gli propone perdendo di vista le priorità reali e gli affetti più cari.

Allo stesso modo voglio sentirmi vicina a chi, come me, ha vissuto o sta vivendo un evento così traumatico da condizionare completamente la propria esistenza.

Il tempo non cura le ferite, anzi, saranno sempre più accentuati i giorni di solitudine e di nostalgia, dove si cerca disperatamente di ricordare l’odore, il tono di voce di chi abbiamo perso.

Per cui l’unica cosa che possiamo fare è fermarci, meravigliarci, commuoverci ed emozionarci e, perché no, accorgerci di quanto sia bello il cielo, di quanto siano splendenti quelle stelle che colorano la notte e che,soprattutto, tra loro ci siano i nostri cari angeli a proteggerci.

Ciao Mamma . . . Un bacio fin lassù!

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