LA DECISIONE DELLA SOLUZIONE FINALE

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Nella trattazione che stiamo facendo abbiamo cercato di approfondire diversi aspetti riguardanti gli stermini nei confronti degli ebrei.

Oggi cerchiamo di capire quando fu decisa la soluzione finale, che doveva corrispondere allo sterminio puro e semplice.

Non c’è un ordine scritto da Hitler ed è per questo che gli storici hanno opinioni discordanti; per alcuni accadde nel giugno del 1941 con l’invasione dell’Unione Sovietica, per altri invece le decisioni sono in qualche modo legate a singole aree geografiche.

Inizialmente fu prevista l’eliminazione degli ebrei sovietici, poi di quelli polacchi, alla fine dopo la conferenza di Wannsee, di tutti gli ebrei che fossero caduti nelle loro mani.

A quei tempi è comunque difficile sapere che cosa sapesse la gente e molto dipendeva dal posto in cui viveva.

In Polonia, per esempio, dove si trovavano gli impianti di annientamento, le notizie cominciarono a circolare piuttosto in fretta, ma questo non vuol dire che la gente ci credesse.

In Francia ci volle più tempo: per far passare le informazioni uomini e donne corsero gravi rischi: molti per esempio furono avvertiti della retata Vel’ d’Hiv grazie a voci in parte diffuse dagli stessi poliziotti tedeschi: avevano previsto di arrestare 30.000 ebrei e riuscirono invece a rastrellare “soltanto” 13.000, una cifra comunque terribile.

Si poteva scegliere di sfuggire alle retate soltanto entrando nella clandestinità, ma non era sempre facile e dipendeva dal paese.

In Francia per esempio bisognava procurarsi documenti falsi, avere i soldi per pagare la guida che ti portava illegalmente oltre la linea di demarcazione che separava la zona occupata dalla zona libera.

Per gli stranieri che parlavano male il francese, con accento marcato, era particolarmente pericoloso e soprattutto occorreva procurarsi da mangiare per se e per la propria famiglia.

In Polonia era più difficile aiutare gli ebrei: la situazione non era per nulla favorevole a questo popolo, l’occupazione tedesca era particolarmente dura, i notabili e gli intellettuali polacchi venivano imprigionati uno dopo l’altro, spediti nei campi di concentramento o fucilati: la gente viveva in condizioni di estrema precarietà ma allo stesso modo nacque un comitato di aiuto che raggruppava responsabili di partiti politici ebraici e polacchi.

Ci si chiede se gli ebrei si siano lasciati prendere e c’è chi ha detto che “si sono lasciati condurre al macello come pecore“: di certo le vittime del genocidio non meritano tanto disprezzo, occorre piuttosto collocare i fatti nel contesto di quell’epoca.

Nessuno può pensare che qualcuno vuole la morte di un intero popolo.

Daniela Angelucci

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