IL SILENZIO DEI MALATI DI AUSCHWITZ

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Quando si parla della Shoah, si pensa alle persone superstiti, queste vengono definite come “I figli della Shoah“.

Sono coloro che spesso soffrono del male di vivere, che può diventare una parte costitutiva del loro essere, ma talmente tanto che a distanza di decenni pare che quel punto buio continui in un certo senso ad influenzare e guastare la loro esistenza.

Queste persone all’inizio hanno cercato nella terapia psicoanalitica una soluzione al malessere che era presente dentro di loro: in quegli anni la psicoanalisi non era però pronta ad affrontare un tema così specifico ed unico, oltretutto l’abitudine al silenzio era diventata una abitudine dei pazienti.

Anche nelle sedute di psicoanalisi dominava il silenzio, la maggior parte di loro non aveva fatto venire fuori o comunque analizzato in modo approfondito, quel che avevano subìto.

Solo alcuni fatti eclatanti hanno in un certo senso scosso la cappa di silenzio che era scesa sulla tragedia dopo il 1945.

Tra gli eventi che hanno portato a smuovere questa situazione abbiamo senz’altro il processo del 1961 ad Adolf Eichmann.

Eichmann è stato catturato in Argentina e subito portato a Gerusalemme dai servizi segreti israeliani.

È considerato uno dei principali responsabili dell’organizzazione e della realizzazione del meccanismo della deportazione; ha subìto un processo che ha portato alla luce la realtà di Auschwitz che prima di allora il mondo non aveva potuto vedere né tanto meno osservare in maniera così diretta e cruda.

La voce del processo ha in un certo senso rotto il silenzio, andando a risvegliare il desiderio dei figli e dei nipoti di parlare per coloro che fino a quel momento invece erano stati in silenzio.

Il processo viene quindi così costruito come se fosse un racconto lunghissimo, un fiume di parole, che non fa altro che dare voce a chi fino a quel momento era stato in silenzio.

Prima del processo Eichmann la gente non raccontava niente. Ognuno teneva i propri ricordi per sé. Solo tra noi giovani sopravvissuti del campo ci scambiavamo le storie. Gli altri non realizzavano, non capivano. Solo dopo il processo Eichmann la gente fu disposta ad ascoltarci” (tratto da “Il processo Eichmann” di J. Kleinman).

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