IL SILENZIO DEGLI EBREI E LO STARNAZZARE DELLE OCHE DI SOBIBóR

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Sobibór è stato, oltre ad Auschwitz, uno dei principali campi di sterminio durante l’Olocausto.

Fu costruito a marzo del 1942, prendendo il nome dal villaggio sul quale sorse: entrò in funzione il 16 maggio dello stesso anno, ospitando i primi ebrei che provenivano dalla Polonia, dalla Germania, dall’Austria e dalla Cecoslovacchia.

La sua forma era rettangolare, con una doppia recinzione di filo spinato di tre metri, con un intreccio a dei rami di pino, che impedivano la visuale della zona della stazione; intorno al lager era presente un campo minato largo 50 metri.

Qui a Sobibór le SS allevavano oche: centinaia che starnazzavano tutte insieme quando venivano spaventate da qualcosa o da qualcuno.

Quando gli ebrei arrivavano a Sobibór, dopo la separazione di anziani e bambini che erano destinati ad altra morte, i prigionieri venivano condotti nelle camere a gas.

I primi della fila, una volta capito il loro destino, iniziavano ad urlare disperati.

A questo servivano le oche: qualche soldato iniziava a rincorrerle, creando chiasso e confusione, e non si capiva più, quindi, quali fossero le urla degli uomini e quali quelle oche.

Nella confusione generale i prigionieri procedevano verso il loro cammino, inconsapevoli del loro destino.

Le oche di Sobibór sono la testimonianza dell’obiettivo dello sterminio: il silenzio delle vittime.

Il silenzio che viene raggiunto in maniera paradossale, ossia un rumore coperto da un altro rumore, in modo tale che il primo non venga capito né compreso.

Sobibór viene ricordato anche per la fuga, organizzata dall’ufficiale ucraino A. Pecerskij, del 14 ottobre del 1943, quando trecento deportati, sotto la sua guida, dopo aver sopraffatto le guardie e preso possesso delle loro armi, evasero dal campo.

La maggior parte di loro fu ripresa durante la fuga stessa, ma una quarantina riuscì a mettersi in salvo; dopo la rivolta il campo fu sgombrato e distrutto ed al suo posto venne costruita una finta fattoria, in cui abitava una guardia ucraina che si spacciava per contadino.

Poi al grido delle donne si mescolò il verso frenetico di tante oche spaventate. In seguito fummo informati che trecento oche erano state portate nel cortile e che per tutta la durata del ‘bagno’ le avevano rincorse in maniera che i loro versi soffocassero le urla della gente” (da “Rivolta a Sobibór“).

Daniela Angelucci

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